Il Tirreno - comunicare senza barriere ora si può, grazie a una app speciale

14 Gennaio 2021
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A realizzarla è stato il 34enne Davide Mulfari  laureato in Ingegneria dell’Informazione all’Università di Pisa

SARA VENCHIARUTTI 14 GENNAIO 2021

pisa. Ormai tutti, o quasi, hanno familiarità con gli assistenti vocali. A chi non è mai capitato di chiedere, in preda alla fretta e smartphone alla mano, qualche informazione veloce a Siri, ad Alexa o a Google? Ma non è sempre così semplice. Anzi, per le persone affette da disartria, un disturbo neurologico che provoca limitate capacità di articolazione del linguaggio, farsi aiutare da una intelligenza artificiale diventa una missione tanto impossibile. 

Questo perché le intelligenze artificiali, a cui appartengono appunto Siri e Alexa, non sono in grado di riconoscere parole pronunciate in maniera non corretta. Ed è proprio da qui che nasce l’app CapisciAME, già disponibile gratuitamente sul Play Store di Google e sviluppata dal 34enne messinese Davide Mulfari durante il dottorato in Ingegneria dell’Informazione all’Università di Pisa. Un progetto concluso lo scorso maggio sotto la guida del professor Luca Fanucci.

In pratica si tratta di applicare gli algoritmi delle intelligenze artificiali per migliorare le comunicazioni delle persone con disabilità. E il primo step, ancora in corso, è ottenere un numero di campioni di voci piuttosto ampio per consentire un riconoscimento vocale efficace del linguaggio disartrico. 

«Il mio obiettivo è quello di coinvolgere il maggior numero possibile di persone con disartria grazie una più agevole “donazione” di voci», spiega Davide, affetto da disartria e da 7 anni attivo nel campo delle tecnologie assistite. «Al momento sono circa 400 gli utenti che hanno scaricato l’app. Molti l’hanno solo guardata, mentre i donatori reali sono stati circa una ventina». L’applicazione consente infatti di registrare la propria voce pronunciando delle parole suggerite. Da qui il contributo vocale viene elaborato per comporre un primo database “disartrico” in italiano, costruito “voce dopo voce” già nel corso del progetto grazie al contatto con pazienti disartrici. «In questo momento ci sono 13 parole, scelte tra le minime indispensabili per operare un certo controllo di un ambiente di smart home. Per esempio, volume, alto, basso, okay, avanti, indietro», spiega Davide, che racconta come è nato questo progetto, vincitore del contest MaketoCare 2020 lo scorso 10 dicembre. 

«Su sollecitazione del professor Fanucci ho cominciato ad usare modelli di machine learning per il riconoscimento delle voci delle persone con disartria come me. Ho subito accettato con molto entusiasmo, sfruttando da un lato la mia sensibilità per una conoscenza “dall’interno del problema”, dall’altro la mia innata passione per la programmazione informatica. E l’esperienza umana è stata magnifica. Avrebbe potuto pure essere ancora più significativa se, alle naturali difficoltà legate alla mia scarsa mobilità, non si fossero aggiunte quelle connesse al Covid, per cui ho il rammarico di non avere potuto vivere adeguatamente il rapporto dall’interno del laboratorio di ricerca di Pisa. Però con qualcuno dei miei colleghi si è sviluppato comunque un vero rapporto di amicizia». 

Ma la strada non è ancora conclusa: se la prima parte dell’app è operativa al 100%, per la seconda, legata al riconoscimento, è importante «incrementare le donazioni», sottolinea Davide. «Poi bisogna sviluppare la versione per Iphone, che attualmente ho già scritto ed è in fase di prototipo sperimentale, e sfruttare al meglio i modelli di machine learning addestrati per permettere alle persone con disartria e problemi motori interazioni più semplici con ambienti domotici e, perché no, a videogames e altro». Come spiega il professor Fanucci, coordinatore del progetto, «ora l’app riconosce un set limitato di parole. Si tratta di colmare un divario tra strumenti come Google Home e persone che raggiungerebbero un grande livello di autonomia nel comandare la domotica dell’abitazione. Adesso complessivamente le voci raccolte nel database sono nell’ordine del centinaio, ma bisogna considerare che ci sono tanti diversi livelli di gravità del linguaggio disartrico. Per incrementare l’efficacia per ciascun utente è importante continuare a donare. Poi il sogno (complesso) è arrivare a un sistema di “traduzione” che permetta alle persone con disartria di comunicare con il resto del mondo. Lavorare con Davide, sempre sorridente e con tanta voglia di fare, ha lasciato dei messaggi molto belli all’intero team. È soltanto un esempio del perché una società inclusiva consente un arricchimento fondamentale per l’umanità».